La
nostra epoca è caratterizzata da una ipertrofia della
comunicazione, specie di quella che avviene ricorrendo
all'immagine. Ciò, se da un lato ha addirittura fatto
ipotizzare il passaggio ad un nuovo stadio nell'evoluzione
della specie umana (dall'homo sapiens a quello videns), ha
indubbiamente modificato il nostro modo di rapportarci al
mondo che ci circonda. Un fatto, un evento, finanche un
personaggio-poco importa che sia un cantante rock o il
presidente degli Stati Uniti- esistono solo nel momento in
cui si parla di loro, o meglio si ha la possibilità
di vedere la loro immagine pubblicata su un giornale, oppure
di osservarli sullo schermo del video.
Il
profetizzato villaggio globale non solo è ormai una
certezza, ma si è allargato a dismisura, tanto da
coprire dei confini che sembrano tutti avere dei punti di
tangenza ed essere popolato da una tribù accomunata
da certi comuni segni, che in origine apparivano distintivi.
E
una simile situazione, di fatto, non poteva sfuggire agli
artisti, specie a quelli più giovani, cresciuti in un
contesto di eventi e di mezzi di comunicazone che ha
rimpicciolito il mondo, o quantomeno ha reso a portata di
mano alcune informazioni per le quali-in un passato per la
verità molto recente- servivano mesi e mesi di
ricerche, contatti privilegiati e particolari canali
d'accesso.Adesso, ad esempio, molte biblioteche di grandi
università sono in rete, e agli alti scaffali da
raggiungere su scale pericolanti si sono sostituiti comodi
file su cui cliccare , stando comodamente seduti sulla sedia
della propria scrivania, a casa o al lavoro.
Anche
gli artisti palermitani della generazione più recente
sembrano animati da una spiccata voglia di conoscenza e dal
desiderio di contatti nuovi e stimolanti. Di riflesso,
è sempre più raro trovare nelle opere dei
giovani artisti dei peculiari e particolari elementi, che
abbiano riferimenti geografici o locali esclusivi e
singolari, ma si tende sempre più ad una
uniformità espressiva che non è altro se non
il prodotto (inconsapevole o ricercato) di mille piccoli
tasselli provenienti dagli angoli più lontani e
differenti del mondo. E non è un caso, dunque, che a
Palermo come a New York si registri un prepotente ritorno di
un mezzo, quello pittorico, e di un genere, quello
figurativo, considerati addirittura una nuova avanguardia.
Ciò
che può essere considerato una novità, per la
verità, non lo è per Palermo, e generalmente
per la Sicilia, anche se non sempre il lavoro degli artisti
ha avuto la possibilità di giungere alla luce del
sole. Forse è la testimonianza di un antico amore per
la pittura figurativa, mai abbandonata, ma che ha sempre
seguito un filo, a volte anche invisibile o nascosto.
Voltandoci appena indietro, d'altronde, come dimenticare
alcune opere di Piero Guccione, figurativo, anche se in modo
sempre molto personale, in un momento in cui la parola
d'ordine era il rifiuto di questo genere iconografico?
Occorre sottolineare, comunque, che accanto a queste forme
espressive sono sempre presenti ricerche artistiche animate
da differenti spunti d'indagine (come peraltro è
emerso nel corso dell'apertura degli studi in occasione
della manifestazione "Il Genio di Palermo", grazie alla
quale è stato possibile tracciare una topografia
artistica della città). Ad esempio,
Antonio
Miccichè
è tra gli artisti che hanno scelto di operare
attraverso le installazioni e ultimamente - rimanendo
assolutamente fedele allo spirito della sua ricerca- con
suggestive diaproiezioni. Il lavoro di Miccichè
è fondamentalmente incentrato sulla messinscena della
precarietà dell'immagine, e sulla forza posseduta da
quest'ultima di modificare lo spazio, non solo fisicamente,
ma soprattutto psicologicamente, con grande coinvolgimento
emotivo- percettivo.
Anne-Clèmence
de Grolèe
si muove tra le differenti forme epressive della fotografia,
dell'installazione, del disegno, esprimendo una visione del
mondo al femminile, alternando la volontà di
sottolineare soprusi e difficoltà quotidiane, al
desiderio di coglierne gli apetti più poetici. Come
nell'ultimo lavoro da lei realizzato, una grande sagoma di
una veste composta da piccoli germogli annaffiati
giornalmente dall'artista, e che nel mutare della crescita
cambiava cromìa, passando dal verde vivo al giallo
pallido.
Sospese
tra il mondo reale e quello onirico, le opere di
Nelida
Mendoza
affidano spesso al ricordo del passato un messaggio di
leggerezza ma anche di presa di coscienza del susseguirsi di
eventi che possono essere solamente registrati, mai
modificati. La presenza di elementi naturali primordiali,
quali l'acqua o la terra, ricollega questa ricerca artistica
ad un bagaglio di memorie ancestrali, attraversate
indelebilmente dal mito e da un'alone di
magia.
Giuseppe
Stassi
ha invece scelto il linguaggio del video, creando delle
immagini poetiche che nello svelare la loro frammentazione
in pixel mostrano un pittoricismo di grande bellezza, in cui
i frames sembrano trasformarsi in gouaches . Così
passato e presente si intersecano in una nuova dimensione
temporale, che ha scelto il luogo di un'immaginazione velata
di ricordi. E ancora un sovrapporsi di memorie di differenti
contesti storici è l'anima delle videoproiezioni di
Dario
Riccobono
e Carmen
Scotti,
che insieme elaborano interventi su immagini preesistenti di
ambienti e stanze, inserendovi icone tratte da opere d'arte
dell'antica pittura fiamminga, spesso deformate, in un
sistema di visione a scatole cinesi.
Il
pigmento diviene frammento di corpo - o addirittura
integralmente il corpo stesso della pittura- e
manifestazione del limite fisico nei dipinti e nelle ultime
opere tridimensionali di Croce
Taravella.
Addensando e stratificando grumi di colore a residui e parti
di materiale organico, l'artista prosegue così una
sua personale ricerca, fuori dalle mode e per certi versi
antesignana dei più recenti sviluppi della scena
artistica internazionale.
La
presenza della succitata pittura figurativa è
rappresentata da un certo numero di artisti, che in linea di
massima possono essere accomunati da questo elemento, seppur
con significative differenziazioni.
Sergio
Amato
definisce con grande abilità d'esecuzione le sue
immagini - nelle quali il richiamo all'arte del passato
è puramente formale, essenzialmente mirata alla
costruzione di un certo tipo di rappresentazione - ma i
soggetti delle raffigurazioni, con evidente contrasto, sono
spesso desunti da fanzine sulle tendenze estreme o dai
riferimenti smaccatamente giovanilistici. A queste neo-icone
Amato associa la presenza di scritte, spesso ironici
commenti su fatti e avvenimenti presentati impietosamente,
dove, a ben guardare, realtà e finzione possono
invertire i propri ruoli.
Andrea
Di Marco
sorprende con una sorta di falsi collage pittorici, nei
quali accosta personaggi tratti dalla vita quotidiana
-stereotipi dell'uomo qualunque- ad inaspettati intrusi,
celebri protagonisti di cartoon, sottolineandone la presenza
con colori squillanti. Una pittura che sortisce un effetto
davvero straniante, in un sovrapporsi di esistenze vere e
d'invenzione, pronte a scatenare un corto circuito visivo.
Franco
Reina
appare legato ad immagini e protagonisti del passato, specie
dei primi anni del Novecento, e traspone sulla tela con
attenta fedeltà ritratti di pensatori e scrittori, ma
anche di celebri delinquenti, spesso accostati in trittici o
dittici- nei quali a volte si nota la presenza di immagini
modellate- che ne scandiscono la visione. Anche
Lia
La Grutta
sceglie icone legate alla belle Epoque, e i visi di bambine
imbronciate si alternano a particolari di immagini rubate in
fuggevoli istanti, che appaiono sospese su fondi monocromi o
ritagliate in bassorilievi di creta dipinta. Infine, legate
ad un iperrealismo dai risvolti surreali, le sculture di
Giuseppe Agnello, calchi di una realtà
inconsapevolmente trasposta nell'immaginario o fedele a tal
punto da metterla in dubbio, in una insostenibile crisi
dell'esistenza.
|