Dicembre 2001 Cantieri culturali alla Zisa . Palermo

Davide Bramante - In to the fiction

Note di Paola Nicita

Appaio, dunque sono : la prepotenza dell'immagine

Davide Bramante
"Into the Fiction"
a cura di Paola Nicita

Cantieri Culturali alla Zisa, Grande Vasca

dall'1 al 15 dicembre 2001
  
Davide Bramante
(Siracusa, 1970; vive e lavora tra Siracusa e Torino)
 
Il video e le nuove tecnologie sono i linguaggi adoperati dal giovane artista che nelle sue immagini caratterizzate dalla doppia esposizione "ferma" il ritmo frenetico del caos contemporaneo.
Vincitore di una borsa di studio nel 1998 presso la prestigiosa Franklin Fournace Foundation di New York, dove realizza il progetto "The Future of The Present", Davide Bramante l'anno seguente è ancora a New York, con una borsa di studio del Ministero degli Affari Esteri, lavorando così a "Movin' Up".
Entrambi i progetti saranno esposti il prossimo anno in una collettiva organizzata al Moma dalla Franklin Fournace.
Nel 2001 ha realizzato una stanza d'artista a Catania, per il progetto "Stesicorea" con la Fiumara d' Arte, curato da Paola Nicita.
E' presente in numerosi testi e pubblicazioni, tra cui "Nuova Arte Italiana", di Cristiana Perrella e Luca Beatrice e "Melting Pop" di Gianluca Marziani, entrambi editi da Castelvecchi.

Davide Bramante
In to the Fiction
a cura di Paola Nicita
 
Into the Fiction
 
Tra il momento in cui l'immagine è vista e quello in cui essa viene ricordata -a volte bastano anche pochi secondi- aleggia sempre una singolare nebbia mnemonica, impercettibile eppure presente.
Sembra inciso nel Dna dell'immagine stessa, in fondo, esistere hic et nunc, mostrarsi abbagliante di verità e al contempo allestire l'allettante teatro della finzione, con i suoi pericolosi trabocchetti nei quali è facile cadere.
E non poteva essere diversamente visto che l'etimo stesso della parola "immagine" richiama quello di "magia", cosicché il tema della percezione della realtà circostante è stato da sempre in bilico tra verità e travisamento.
Nell'archivio dell'immaginario contemporaneo, sono due, in particolare, i luoghi - nell'accezione più completa - privilegiati della realtà e del sogno: la metropoli, pulsante di energie caotiche e presenti, di gesti quotidiani ed eccezionali, e il cinema, regno della finzione sul crinale del mito e della banalità, nuovo coro greco infarcito di esistenze da sbobinare. Entrambi, sempre più, sembrano voracemente nutrirsi l'uno dell'altro, raccontarsi allo specchio, quasi per ribadire la certezza della propria esistenza. Le fotografie realizzate da Davide Bramante, adesso proiettate e proposte per questa nuova installazione, raccontano attraverso un luogo esemplare per la creazione delle icone dell'immaginario collettivo, New York, la dicotomia insita nell'immagine, la sua perenne instabilità, sottolineata anche dal dato tecnico-concettuale della doppia esposizione. Anche i ricordi e le percezioni che si affastellano nella vita frenetica delle metropoli, tendono d'altronde a fondersi e a rigenerarsi.
E così, nel lavoro di Davide Bramante, le immagini destinate a sovrapporsi ai paesaggi metropolitani, sono anche frames di pellicola, "rubati" durante la proiezione cinematografica, fotografando nel buio della sala alcuni momenti delle vicende che scorrono sul grande schermo. Frammenti di pura finzione che tornano a circolare nel mondo della realtà, alimentando sogni, fantasie, miti.
L'immagine fotografica dove si incontrano le sovrapposizioni diviene così una sorta di "terzo luogo", che forse si potrebbe dire realmente finto.
Qui il racconto si sovrappone alla narrazione, la cristallizzazione dell'atto al fluire dei fatti: e così il narrare, per dirla con le parole dello scrittore Antonio Pizzuto, "vince l'assurdo di tradurre l'azione in rappresentazione psichica, poiché riconosce che il fatto è un'astrazione".
Paola Nicita

  
Paola Nicita

Associazione Kandinskij

 

 

Appaio, dunque sono: la prepotenza dell'immagine


di Paola Nicita  

La nostra epoca è caratterizzata da una ipertrofia della comunicazione, specie di quella che avviene ricorrendo all'immagine. Ciò, se da un lato ha addirittura fatto ipotizzare il passaggio ad un nuovo stadio nell'evoluzione della specie umana (dall'homo sapiens a quello videns), ha indubbiamente modificato il nostro modo di rapportarci al mondo che ci circonda. Un fatto, un evento, finanche un personaggio-poco importa che sia un cantante rock o il presidente degli Stati Uniti- esistono solo nel momento in cui si parla di loro, o meglio si ha la possibilità di vedere la loro immagine pubblicata su un giornale, oppure di osservarli sullo schermo del video.

Il profetizzato villaggio globale non solo è ormai una certezza, ma si è allargato a dismisura, tanto da coprire dei confini che sembrano tutti avere dei punti di tangenza ed essere popolato da una tribù accomunata da certi comuni segni, che in origine apparivano distintivi.

E una simile situazione, di fatto, non poteva sfuggire agli artisti, specie a quelli più giovani, cresciuti in un contesto di eventi e di mezzi di comunicazone che ha rimpicciolito il mondo, o quantomeno ha reso a portata di mano alcune informazioni per le quali-in un passato per la verità molto recente- servivano mesi e mesi di ricerche, contatti privilegiati e particolari canali d'accesso.Adesso, ad esempio, molte biblioteche di grandi università sono in rete, e agli alti scaffali da raggiungere su scale pericolanti si sono sostituiti comodi file su cui cliccare , stando comodamente seduti sulla sedia della propria scrivania, a casa o al lavoro.

Anche gli artisti palermitani della generazione più recente sembrano animati da una spiccata voglia di conoscenza e dal desiderio di contatti nuovi e stimolanti. Di riflesso, è sempre più raro trovare nelle opere dei giovani artisti dei peculiari e particolari elementi, che abbiano riferimenti geografici o locali esclusivi e singolari, ma si tende sempre più ad una uniformità espressiva che non è altro se non il prodotto (inconsapevole o ricercato) di mille piccoli tasselli provenienti dagli angoli più lontani e differenti del mondo. E non è un caso, dunque, che a Palermo come a New York si registri un prepotente ritorno di un mezzo, quello pittorico, e di un genere, quello figurativo, considerati addirittura una nuova avanguardia.

Ciò che può essere considerato una novità, per la verità, non lo è per Palermo, e generalmente per la Sicilia, anche se non sempre il lavoro degli artisti ha avuto la possibilità di giungere alla luce del sole. Forse è la testimonianza di un antico amore per la pittura figurativa, mai abbandonata, ma che ha sempre seguito un filo, a volte anche invisibile o nascosto. Voltandoci appena indietro, d'altronde, come dimenticare alcune opere di Piero Guccione, figurativo, anche se in modo sempre molto personale, in un momento in cui la parola d'ordine era il rifiuto di questo genere iconografico? Occorre sottolineare, comunque, che accanto a queste forme espressive sono sempre presenti ricerche artistiche animate da differenti spunti d'indagine (come peraltro è emerso nel corso dell'apertura degli studi in occasione della manifestazione "Il Genio di Palermo", grazie alla quale è stato possibile tracciare una topografia artistica della città). Ad esempio, Antonio Miccichè è tra gli artisti che hanno scelto di operare attraverso le installazioni e ultimamente - rimanendo assolutamente fedele allo spirito della sua ricerca- con suggestive diaproiezioni. Il lavoro di Miccichè è fondamentalmente incentrato sulla messinscena della precarietà dell'immagine, e sulla forza posseduta da quest'ultima di modificare lo spazio, non solo fisicamente, ma soprattutto psicologicamente, con grande coinvolgimento emotivo- percettivo.

Anne-Clèmence de Grolèe si muove tra le differenti forme epressive della fotografia, dell'installazione, del disegno, esprimendo una visione del mondo al femminile, alternando la volontà di sottolineare soprusi e difficoltà quotidiane, al desiderio di coglierne gli apetti più poetici. Come nell'ultimo lavoro da lei realizzato, una grande sagoma di una veste composta da piccoli germogli annaffiati giornalmente dall'artista, e che nel mutare della crescita cambiava cromìa, passando dal verde vivo al giallo pallido.

Sospese tra il mondo reale e quello onirico, le opere di Nelida Mendoza affidano spesso al ricordo del passato un messaggio di leggerezza ma anche di presa di coscienza del susseguirsi di eventi che possono essere solamente registrati, mai modificati. La presenza di elementi naturali primordiali, quali l'acqua o la terra, ricollega questa ricerca artistica ad un bagaglio di memorie ancestrali, attraversate indelebilmente dal mito e da un'alone di magia.

Giuseppe Stassi ha invece scelto il linguaggio del video, creando delle immagini poetiche che nello svelare la loro frammentazione in pixel mostrano un pittoricismo di grande bellezza, in cui i frames sembrano trasformarsi in gouaches . Così passato e presente si intersecano in una nuova dimensione temporale, che ha scelto il luogo di un'immaginazione velata di ricordi. E ancora un sovrapporsi di memorie di differenti contesti storici è l'anima delle videoproiezioni di Dario Riccobono e Carmen Scotti, che insieme elaborano interventi su immagini preesistenti di ambienti e stanze, inserendovi icone tratte da opere d'arte dell'antica pittura fiamminga, spesso deformate, in un sistema di visione a scatole cinesi.

Il pigmento diviene frammento di corpo - o addirittura integralmente il corpo stesso della pittura- e manifestazione del limite fisico nei dipinti e nelle ultime opere tridimensionali di Croce Taravella. Addensando e stratificando grumi di colore a residui e parti di materiale organico, l'artista prosegue così una sua personale ricerca, fuori dalle mode e per certi versi antesignana dei più recenti sviluppi della scena artistica internazionale.

La presenza della succitata pittura figurativa è rappresentata da un certo numero di artisti, che in linea di massima possono essere accomunati da questo elemento, seppur con significative differenziazioni.

Sergio Amato definisce con grande abilità d'esecuzione le sue immagini - nelle quali il richiamo all'arte del passato è puramente formale, essenzialmente mirata alla costruzione di un certo tipo di rappresentazione - ma i soggetti delle raffigurazioni, con evidente contrasto, sono spesso desunti da fanzine sulle tendenze estreme o dai riferimenti smaccatamente giovanilistici. A queste neo-icone Amato associa la presenza di scritte, spesso ironici commenti su fatti e avvenimenti presentati impietosamente, dove, a ben guardare, realtà e finzione possono invertire i propri ruoli.

Andrea Di Marco sorprende con una sorta di falsi collage pittorici, nei quali accosta personaggi tratti dalla vita quotidiana -stereotipi dell'uomo qualunque- ad inaspettati intrusi, celebri protagonisti di cartoon, sottolineandone la presenza con colori squillanti. Una pittura che sortisce un effetto davvero straniante, in un sovrapporsi di esistenze vere e d'invenzione, pronte a scatenare un corto circuito visivo.

Franco Reina appare legato ad immagini e protagonisti del passato, specie dei primi anni del Novecento, e traspone sulla tela con attenta fedeltà ritratti di pensatori e scrittori, ma anche di celebri delinquenti, spesso accostati in trittici o dittici- nei quali a volte si nota la presenza di immagini modellate- che ne scandiscono la visione. Anche Lia La Grutta sceglie icone legate alla belle Epoque, e i visi di bambine imbronciate si alternano a particolari di immagini rubate in fuggevoli istanti, che appaiono sospese su fondi monocromi o ritagliate in bassorilievi di creta dipinta. Infine, legate ad un iperrealismo dai risvolti surreali, le sculture di Giuseppe Agnello, calchi di una realtà inconsapevolmente trasposta nell'immaginario o fedele a tal punto da metterla in dubbio, in una insostenibile crisi dell'esistenza.

 

Paola Nicita

Associazione Kandinskij